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Rubrica 01Sorella Natura

Quando la natura dimentica come riprodursi

Quando le piante dimenticano come ci si riproduce: l'immortalità fragile dei cloni...

Fonte: Unsplash
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C'è un dettaglio quasi poetico, e un po' inquietante, che tendiamo a dimenticare quando sbucciamo una banana a colazione o spremiamo un'arancia la mattina. Stiamo mangiando il frutto di un organismo che ha dimenticato del tutto come ci si riproduce.

Tempo di lettura: 4 minuti

Il patto con l'uomo : la dolcezza della sterilità

Pensiamo alla banana Cavendish, la classica banana commerciale. Se ne avete mai aperta una, vi sarete accorti che al centro ci sono solo dei minuscoli pallini neri e morbidi. Non sono veri semi, ma il ricordo sbiadito di ciò che un tempo erano le sementi. La banana moderna è il risultato di un incidente genetico. Si tratta di uno stato sterile chiamato triploidia, che l'uomo ha trasformato in uno standard globale per la sua dolcezza e praticità.

Ogni bananeto del mondo non è una foresta di individui diversi. È una distesa enorme di gemelli identici, moltiplicati per talea o in laboratorio. Lo stesso vale per le arance Navel, nate da una sola gemma mutata in un monastero brasiliano dell'Ottocento, o per gran parte dell'aglio che usiamo in cucina. Queste piante hanno scambiato la propria indipendenza con un accordo con l'uomo.

"Noi vi diamo frutti senza semi e voi ci garantite l'immortalità."

L'immortale solitario di Tasmania

Ma la natura può essere ancora più surreale, anche senza l'intervento dell'uomo. Nel cuore selvaggio della Tasmania si trova un piccolo arbusto con foglie lucide e fiori rossi, la Lomatia tasmanica (nota come King's Holly). Questa pianta ha tre serie di cromosomi invece di due. Per questo motivo è completamente sterile. Non produce frutti e non ha semi in grado di germogliare.

Circa 43.000 anni fa, un singolo esemplare nacque per errore. Per non morire, iniziò a far radicare i propri rami caduti sul terreno umido. Si espanse molto lentamente, metro dopo metro. Oggi, i pochissimi fusti rimasti in quel remoto angolo di foresta appartengono ancora a quello stesso, unico individuo. Questa pianta ha dimenticato la sessualità molto prima che gli esseri umani inventassero l'agricoltura. Ha attraversato l'era glaciale semplicemente clonando se stessa all'infinito.

L'illusione dell'eternità e il pericolo del rigetto

Riprodursi per via vegetativa è molto comodo. Serve poca energia, non dipende dagli insetti o dal vento e permette di trasmettere un genoma che funziona bene. Però questa giovinezza continua nasconde un pericolo mortale.

La riproduzione non serve solo a fare frutti. È un continuo rimescolamento di carte. Questo è il vero motore della biodiversità. Ogni volta che due piante si incrociano, creano un genoma unico. Così possono magari resistere a un nuovo virus o a un parassita vorace. Quando una pianta sceglie di fare un clone, rinuncia alla propria capacità di cambiare e diventa rigida. Se un fungo o un batterio impara a superare le difese di quel genoma specifico, non esiste un singolo individuo diverso pronto a sopravvivere. Questo problema negli anni Cinquanta ha quasi estinto la varietà di banana Gros Michel. Oggi è la spada di Damocle che pende sulla Cavendish.

Una memoria che svanisce

Alla fine, la capacità di produrre un fiore fertile e un seme è la memoria storica della pianta. È il suo archivio di risposte, accumulato in milioni di anni, per affrontare un mondo che cambia. Quando una specie smette di usarla per troppe generazioni, quell'archivio si rovina. Si accumulano mutazioni casuali nei tessuti e le istruzioni per tornare indietro si perdono per sempre. La pianta dimentica, davvero, come fare.

Restano così. Sono capolavori biologici sospesi tra l'immortalità e la fragilità assoluta. Creature meravigliose, imprigionate per sempre nel ricordo di ciò che sapevano fare.

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