02 · Diritti AssolutiL’invisibilità della povertà: chi vediamo e chi no
Non tutta la povertà chiede l’elemosina per strada. Quella più comune si nasconde dietro porte chiuse.
Quando pensi alla povertà, cosa ti viene in mente?
Probabilmente la persona seduta sul marciapiede con un cartello. La fila alla mensa dei poveri. Le immagini che ogni tanto vediamo al telegiornale. Sono tutte reali. Ma c’è un’altra povertà che è molto più diffusa, e quasi nessuno la vede: quella delle persone che continuano a vestirsi bene, ad andare al lavoro, a mandare i figli a scuola, e che non riescono più ad arrivare alla fine del mese.
Si chiama povertà silenziosa. Tocca famiglie monoreddito, anziani con pensioni minime, giovani con contratti precari, lavoratori che hanno uno stipendio ma non basta per la casa, le bollette, il dentista, una vacanza, un imprevisto.
Queste persone non chiedono. Per pudore, per orgoglio, per paura del giudizio. Restano in casa quando non possono permettersi un’uscita, evitano i regali ai compleanni, si vergognano di dire a un amico che non possono dividere la cena. Sopravvivono dignitosamente in apparenza, e cedono nel privato.
Una comunità giusta è quella che impara a vedere anche questa povertà. Che non aspetta che qualcuno chieda per offrire ascolto, informazione, possibilità.
Le Rondini ETS pensa che il primo passo sia smontare l’idea che la povertà sia sempre visibile. Quando questa idea cade, cambia anche il modo in cui guardiamo i nostri vicini, i nostri colleghi, i parenti che vediamo poco.
Forse non possiamo risolvere il problema da soli. Ma possiamo essere la persona a cui qualcuno, una volta, ha avuto il coraggio di dire: “sai, sto facendo fatica”.
E chi viene ascoltato senza giudizio si sente già un po’ meno solo.
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